Il mio libro: Fugace ma non troppo
Aprile 30, 2008
Fugace ma non troppo….è il titolo del mio secondo libro.
Fugace ma non troppo, un breve viaggio tra alcuni miei post pubblicati nel passato,
più un racconto inedito “Il mistero dei Parra 1991”, ( racconta il rapporto surreale rappresentato in un teatro dell’assurdo tra un disegnatore e le sue vignette)
E’ un libro di sole 55 pagine, si legge tutto d’un fiato, per chi ha buoni polmoni… gratuitamente in pdf cliccando qui_ C’è anche il formato cartaceo, per ulteriori informazioni clicca qui
Ho un sogno: misurare con metodo empirico la distanza tra il vero e il falso…. Per esempio, sono vere le vincite nei quiz televisivi? Sono veri i concorrenti? Le classifiche dei libri e dei film sono attendibili? I dati delle elezioni? La democrazia esiste veramente o è solo un concetto astratto? Fiorello è veramente così bravo? Grillo è solo un comico o c’è dell’altro? Michele Serra è ovunque perché è bravo o è bravo perché è ovunque? Le domande sono l’unico modo per generare correnti di pensiero alternativo, sono le domande che fanno vacillare tutta questa valanga di numeri, dati, statistiche, che vendono diagrammi, bisogni embrionali, overbooking di merci, volontà confezionate sottovuoto che possono essere spedite ovunque nel mondo. Laura 25 anni, snella, occhi azzurri, che cerca marito nelle pubblicità offerte da Google esiste veramente? Un altro sogno è quello di vedere un’altra Laura, magari anche di 25 anni ma non snella, anzi su di peso, occhi scuri capelli corti e radi che cerca marito. Così anche al maschile, Luigi 105kg, non molto alto, lavoro precario che cerca moglie. Le pubblicità delle diete sono meravigliose: signore e signori vi presentiamo Marina. Marina prima era così….. ora invece Marina è un’altra persona, eccola Marina vogliamo farle un bell’applauso. Quella è veramente Marina? E tutti quegli applausi? Se in televisione ai programmi dovessimo sottrarre il tempo degli applausi forse renderemmo più vere anche le fetecchiate. Vero, falso, oggi si applaude tutto, forse la distanza tra vero e falso è il quel vuoto d’aria tra i due palmi delle mani…. In quella leggera brezza che ne scaturisce c’è forse una prima e stralunata risposta sulla distanza tra il vero e il falso di questo tempo. Ho il sospetto che così facendo sarà un bell’applauso!!! che ci seppellirà.
Ieri sera abbiamo cenato a casa di una collega della mia compagna, ottima cena, ottima compagnia, ma se dovessi attribuire un punteggio alla serata beh…. direi 1.200.000 e qualcosa…..precisamente il punteggio della partita a flipper che ho fatto a casa loro. Questi benefattori del mio divertimento possiedono l’aggeggio nel loro salotto, è un residuato dei primi anni 80 acquistato da un rigattiere e rimesso a nuovo. Ho fatto 6 partite e se non mi staccavano a forza probabilmente sarei andato oltre, quindi è superfluo dire che per il flipper ho sempre avuto una venerazione, così come per il bigliardino, il ping pong, lo so… il filo conduttore sono le palline, lo dico subito così sfuggo facili ironie da arresti domiciliari. La verità è che per il flipper ho sempre custodito una simpatia indotta. L’ho sempre considerato uno spaccato metaforico delle nostre vite, questo respingere le difficoltà a volte perpendicolari della vita, con quel suo infrangere la suggestione dei numeri, raccontati con quelle metalliche sonorità. Per non parlare delle spinte che raccomandano la pallina sui giusti bersagli, che non devono mai essere eccessive, l’azzardo a giocare a flipper spesso non paga, si rischia di mandare tutto in tilt, proprio come nella vita. In certi momenti di esaltazione ho anche pensato che andrebbe insegnato nelle scuole. Solo una cosa mi mancata ieri sera, ed erano le monetine da 200 lire da imbucare, forse era il sapere di averle contate che rendeva quel divertimento ancora più esplicito. Una confidenza: da ragazzino sospettavo che le palline fossero truccate, mi immaginavo strani congegni che le imbucavano nelle corsie, conoscevo l’esistenza della sfiga, ma…. come dire, cercavo sempre motivazioni più empiriche. Non lo dicevo a nessuno, lo tenevo per me e ieri sera quando ho visto che stavo superando il milione di punti con un bonus eh….ho finalmente capito che le palline sono sincere, raccontano sempre la verità…. Ma è bastato vederla all’improvviso scendere perpendicolare, come se seguisse un tracciato definito per poi infrangersi alle mie spalle e cacciarmi ancora in quel dubbio che forse non ha per niente voglia di essere chiarito…
Sono cresciuto avvolto nella nebbia dei proverbi, in casa mia nelle conversazione se ne inanellavano di varie carature, poi il tempo, la televisione assunta in dosi massicce da adolescente hanno contribuito alla dimenticanza, come il primo amore….anche il primo proverbio non si scorda mai. Il gioco è bello quando è corto, è stato il primo a cadermi addosso fortunatamente senza farmi male, sarà forse per la comunanza con i giochi che accompagnavano le mie giornate molto più che i libri. Si va a scuola per non giocare si torna a casa per non studiare, filosofia spiccia da piccolo pachiderma molle, i giochi erano la mia religione di quegli anni, credevo già allora molto più in quelli da casa che in quelli da Chiesa. Ricordo ancora la mia prima comunione con una scatola di Monopoli, in quell’Uscita gratis di prigione, che in uno slancio di idiozia fanciullesca consideravo anche un’opportunità per i galeotti veri, c’era racchiusa la mia fantasia imberbe. Ancor di più ero affascinato dai giochi da parco: le bambine che giocavano ad “elastico”, io non ci capivo nulla…. perché l’elastico una volta era su, poi tornava giù, quindi lo calpestavano. Le osservavo con il candore dei molari e canini da latte spalancati all’aria, le nonne sedute sulle panchine a cucire con i ferri i golf per l’inverno dei nipotini, il pane e nutella ad addolcire le loro borsette. Si giocava rincorsi dall’entusiasmo, ad “Un due tre stella” vincevano i sorrisi di chi non riusciva a mantenersi immobile, ora i giochi considerano l’immobilismo come una delle regole auree da non rispettare. Si gioca per rigiocare se stessi nell’ortografia di uno spazio, si gioca per esistere in una dimensione in cui ai grandi non è consentito entrare, ed così che ho pensato ad un nuovo proverbio: Si gioca per ricordasi ancora meglio quello che si è fatto da piccoli.